Nato nel 1882 nel Piemonte settentrionale, in provincia di Vercelli, Giuseppe Cominetti inizia la sua formazione artistica a Torino ma, ben presto, si trasferisce nell’entroterra genovese e poi definitivamente a Genova nel 1902 per completare la propria formazione.
Entrò così a far parte di un circolo di pittori liguri e artisti che aveva come centro gravitazionale lo studio dello scultore Pietro Capurro, attorno a cui orbitava tutto il panorama artistico genovese di inizio ‘900 tra cui Merello, Bistolfi, Plinio Nomellini o il poeta Camillo Sbarbaro.
Genova fu in quegli anni incubatrice di stili e artisti, se si considera che in città orbitava lo stesso Marinetti, studente in giurisprudenza proprio nel capoluogo ligure, che avrebbe da lì a poco elettrizzato il panorama artistico mondiale con il suo manifesto futurista.

I primi anni genovesi di Cominetti segnarono il passaggio al divisionismo: ma è proprio verso il futurismo di Marinetti che l’estetica di Cominetti in qualche modo si muove, pur non dimenticando l’estetica divisionista e la tematica legata al mondo del lavoro e l’amore per la figura umana.

Nel 1909 si trasferisce a Parigi dove può confrontarsi con artisti del calibro di Boccioni e  Severini, nonché con lo stesso Marinetti: viene da questi convinto ad apporre anche la propria firma al Manifesto del Futurismo da cui, tuttavia, si distacca piuttosto velocemente, a causa sia del suo individualismo, che gli rendeva impossibile qualsiasi adesione reale a gruppi e movimenti artistici, che dal rifiuto mosso dal Futurismo alla rappresentazione del corpo umano, che tanto significava invece per Cominetti.
Sono di questi anni tre opere capolavoro del Cominetti: La grande farandole e Can-can, legati al tema della danza,  e “Matrimonio”, un ritratto di due sposi dal gusto gotico.


Se lo scoppio del primo conflitto mondiale interrompe la produzione artistica, considerato il richiamo alle armi del pittore, gli anni dell’immediato dopoguerra sono invece segnati da l tema del lavoro e dall’utilizzo del colore come fremito che trasmette movimento ma che riesce a rendere eterna l’emozione. L’ultima parte della sua vita è trascorsa tra gli studi di Parigi e di Roma: nel 1928 è vittima di un incidente stradale che ne causa la morte due anni dopo.