Come anticipato nel nostro approfondimento dedicato allo stile Biedermeier, il periodo che seguì le guerre dell’impero napoleonico recepì, anche nel campo dell’arredamento, lo spirito della Restaurazione che aleggiava sull’Europa ridisegnata dal congresso di Vienna nel 1814.

La nuova classe dominante, la borghesia, non può competere con il gusto e il mecenatismo dell’aristocrazia e della nobiltà che aveva caratterizzato per secoli la storia dell’arte: anzi, come evidente nella satira di quegli anni, la borghesia viene ritenuta scialba e vuota.

Lo stile artistico di quegli anni non può che riflettere questi sviluppi sociali: per alcuni il Biedermeier è di fatto una brutta copia del neoclassicismo, ma va detto che l’influsso della nascente “tempesta” del Romanticismo fu capace di moderare queste tendenze. Ecco allora che i mobili ripresero vita e colore grazie all’utilizzo dell’intaglio e all’impiego di legni differenti come quelli di faggio, pero o ciliegio. In questa fase quindi, anche se le forme si appiattirono e la ricerca della comodità d’uso fu l’obiettivo principale, si recuperano in parte la grazia e la piacevolezza dello stile Rococò.

È di questo periodo sia la nascita del comodino, versione mignon della più grande commode, sia quella del mobile composito, ovvero di mobili che, improntati all’utilitarismo, facessero convivere elementi fino ad allora pensati solo separatamente: ecco quindi la diffusione di divani con cassettiere, armadi che facevano convivere ante chiuse con specchi, vetrine e scaffali in vetro.

L’essenzialità e l’utilitarismo dello stile Biedermeier raggiungono l’apice nell’arredamento dei luoghi di lavoro, dove i mobili dovevano essere funzionali e scarni, in contrapposizione al calore e all’intimità degli ambienti domestici.